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Recensione Bianco e nero

Bianco e nero

“Bianco e Nero” è l’ennesimo film sulla diversità, ma in questo caso tale condizione è osservata non dal punto di vista del “diverso”, il cui disagio, pur concreto, è solo accennato, bensì dal punto di vista di coloro che, pur ritenendo di aver superato i pregiudizi, rivelano la loro chiusura quando la diversità li tocca da vicino.
Ma “Bianco e Nero” è anche un film sull’amore, un amore che travolge e stravolge, che demolisce e ricostruisce, che spaventa ma non si arrende.
Cristina Comencini, figlia del grande Luigi, firma la sua ottava regia, tornando a raccontare la vita di persone comuni delle quali viene approfondita la sfera affettiva, e lo fa scegliendo la commedia. 
Elena è una mediatrice culturale che gestisce un’organizzazione umanitaria per gli aiuti alle popolazioni africane. Ritiene di aver superato i pregiudizi razziali della sua famiglia da cui prende le distanze; con il marito Carlo ha infatti costruito una casa comunissima, lontana dall’opulenza della villa dei suoi genitori. E' molto attenta al linguaggio: alla figlia insegna a dire “neri” e non “negri” perché è dispregiativo. Ma tutto cambia durante una serata di beneficenza a cui ha trascinato il marito, dove c’è Nadine, moglie senegalese del collega di Elena, di cui Carlo si innamora.
Nadine è bellissima, affascinante, elegante e sarà proprio Carlo a portala nella loro vita, nella loro casa, ad invitare i suoi bambini alla festa di compleanno della loro figlia: Elena non ci aveva mai pensato; con i senegalesi con cui lavora non era andata a bere neppure una birra.
Il fatto che il film riporti alcuni luoghi comuni è dovuto alla certezza che certi modi di pensare sono tutt’altro che superati. Quanti di noi associano ancora i neri ai venditori ambulanti o le ragazze di colore alle prostitute e alle cameriere?
Il film affronta il tema sociale del razzismo, ma è, in realtà, uno spunto di riflessione su tutti i diversi. Non basta evitare i termini offensivi o fare qualcosa per gli altri: la diversità non deve essere accettata, ma condivisa. Carlo e Nadine, dopo la travolgente passione iniziale, tentano di tornare alle loro vite, ma ormai non sono più gli stessi, hanno rotto quel muro e non è più possibile tornare indietro, segno che quello che non è uguale a noi può anche attrarci irrimediabilmente e arricchirci.

Enzo Radunanza

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Commenti

  • il re "Biaco" mangia la regina "Nera"

    3 stars rating
  • È già il titolo a dirla tutta, a sottolineare due diversità: da una parte i bianchi e dall’altra parte i neri in un contesto culturale strettamente occidentale. Lo scenario che ci offre la regista è appunto quello di una scacchiera in cui le pedine bianche e nere vivono a distanza tra loro, dove l’esistenza di una possibile integrazione è assai ostacolata. Gli uni guardano gli altri con uno sguardo commiserevole e di apparente solidarietà fin quando quest’ultimi mantengono la giusta distanza; gli altri invece assumono uno sguardo arrivistico, accusativo e nello stesso tempo caritatevole nella speranza di una reciproca unione umana e sociale. Basta solo che il re bianco “mangi” la regina nera (e viceversa) ed ecco che partono i pregiudizi, i luoghi comuni, i muri che si alzano, la chiusura serrata delle “dogane etniche”creando una situazione manichea e dicotomica dove al di là del nero e bianco non possano esistere le tonalità del grigio. La tematica trattata dal “BIANCO E NERO” è una tematica dai versi scontati ma nonostante questo Cristina Comencini non cade nel banale. E’ una storia di consapevolezze in cui si palesano le ipocrisie, la xenofobia, e i pregiudizi che vengono sottolineati, paradossalmente, dallo sforzo di essere per forza buoni e aperti a tutto ciò che è “diverso” e tutto è trattato con una semplice comicità dove ogni battuta e allusione sono poste al momento giusto e col tono giusto ricordando vagamente “INDOVINA CHI VIENE A CENA?” di Stanley Kramer. Nel film i neri non vogliono essere più visti con gli occhi impietositi, non vogliono essere commiserati e non vogliono cadere nel vittimismo. Anzi sono proprio loro ad essere autoironici e ironici nei confronti dei bianchi e dei loro “luoghi comuni” e a volte anche commiserevoli verso chi non riesce ad avere e ad imporsi una visione mentale che non sia “para-oculata” o/e “miope”. È proprio il personaggio di Nadine a sorridere quando dice che la gonna che porta è di Armani davanti gli occhi increduli della madre di Elena o a mostrare con impeto le sue carte di credito al receptionista pregiudizievole, nel momento in cui decide insieme a Carlo di compiere l’atto fedifrago in una stanza di albergo. Il film gioca anche sulla curiosità nei confronti delle diversità reciproche, che da una parte fanno paura e dall’altra intrigano. Questa curiosità, questa voglia di conoscere e di comprendere le differenze (forse per superare alcuni limiti e a togliere dei paletti), sono messe in risalto dalle battute “come mai non abbiamo amici neri?” “come mai non abbiamo amici bianchi?” dette rispettivamente da Carlo e Nadine oppure dalle lettere scritte al computer da quest’ultima, che Carlo legge a sua insaputa, in cui rivendica un’ equipollente dignità. Le uniche “ammirazioni” e riconoscenze che hanno i bianchi nei confronti dei neri sono di carattere prettamente sessuale (il ricordo lussurioso del padre di Elena per una nera che ha incontrato durante un safari in Africa oppure gli sguardi eloquentemente lascivi su Nadine da parte del socio/collega di Carlo). I neri, d’altro canto, sono attratti dai bianchi per una questione prettamente sociale (la bambina nera si chiede perché le principesse e le barbie da collezione sono tutte bianche e bionde mentre la bambina bianca dà alla sua barbie nera il ruolo di serva sottomessa dalla sua barbie preferita che è appunto bianca). Come si diceva prima, i due “colori” vivono apparentemente in pace solo se tra essi esiste una distanza tangibile, quando ognuno di loro vive nella propria dimensione “monocroma”. Quando invece succede che un elemento di una fazione si stacca per “sfumarsi” con la diversità dell’altro elemento appartenente all’altra fazione, che a sua volta si stacca dal suo gruppo, ecco che crolla quella pace stentatamente mantenuta. Elemento inopportuno del film è il tentativo della regista a sottolineare, a volte con toni pietistici, la creazione della coppia mista vista come caso eclatante e unico, quando da recenti sondaggi, si viene a sapere che il numero è in crescita. Il finale è sorprendente: una volta che i due “colori primari” decidono (probabilmente per una questione di comodità e per la pusillanimità di affrontare i sensi di colpa) di scindersi dal grigio per ritornare alle loro realtà “monocrome” di origine - dove tutto ciò che c’è stato è cancellato dal semplice cambio di lenzuola operato delle cameriere su quel letto di albergo dove la notte prima è avvenuta la “fusione” amorosa – basta solo, a distanza di tempo, un semplice incontro in un parco per bambini perché i colori si rimescolano e il grigio si rigenera. L’intento di Cristina Comencini era sicuramente quello di creare un dibattito sul razzismo ma il film nonostante arrivi a tratti a far riflettere lo spettatore, non riesce a sviscerare il problema fino in fondo. Lo spettatore ride per la comicità della maggior parte dei personaggi e per le caratteristiche tipiche della Pochade ma non riesce mai ad essere attivo nelle riflessioni visto che la storia è votata più all’estetica delle immagini e di alcuni soggetti che al tentativo di entrare in profondità nella denuncia la quale viene sfiorata solo in superficie. È un bel film se ci si ferma solo alla commedia, incompiuto se cercava di essere qualcosa di più. Ottime le interpretazioni di Fabio Volo e di Aïssa Maïga, un po’, giustamente, artefatta quella di Ambra Angiolini. Marco PUCCI
  • Film bello

    3 stars rating
  • Devo dire che Cristina Comencini riesce sempre a rappresentare la società moderna con realismo e ironia. Sono d'accordo con la recensione, bravi ragazzi. Vanny

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