Recensione Duel
- Titolo originale
- Duel
- Nazione
- USA
- Anno
- 1971
- Genere
- Thriller
- Durata
- 90'
- Regia
- Steven Spielberg
- Cast
- Dennis Weaver, Eddie Firestone, Lou Frizzell, Tim Herbert, Jaqueline Scott, Lucille Benson
Nato come film tv della settimana per l’emittente ABC (Australian Broadcasting Corporation), Duel ebbe un successo così imprevisto che all’esordiente Steven Spielberg venne commissionato di allungarlo per farne una versione cinematografica. Il produttore era George Eckstein, che gli concesse solo dieci giorni per la realizzazione, costringendo il giovane regista a un vero e proprio tour de force reso ancor più massacrante dalle riprese in esterni. Ma Spielberg superò brillantemente la prova. Basta guardare il film. Il tema è profondo. Fernaldo Di Giammatteo lo riassume in tre domande: che cosa rappresenta quell’autocisterna così minacciosa? chi la guida? perché sfida un uomo comune? E infine: come può un anonimo cittadino aver ragione del pericolo che incombe su di lui? Al di là delle risposte e delle possibili interpretazioni, è certo che già da questa prima opera entrano in scena quelle che Franco La Polla chiama le < presenze ossessive del cinema spielberghiano: il contrasto fra natura e cultura [...], l’importanza centrale dell’avventura, lo scarto ‘mitologico’ delle componenti della storia, alcuni dati stilistici, una forte presenza ironica anche nei momenti più tesi >. A soli 24 anni, Spielberg dimostra un’abilità non comune nello svolgere questo racconto assurdo, costantemente in bilico tra realtà e sogno, giustamente definito da qualcuno < l’incubo a colori di un automobilista paranoico >. Infatti, Duel si presenta come l’incredibile materializzarsi dell’ossessione che tormenta la civiltà su quattro ruote: quella del traffico, della fretta, della velocità. Di tutto rispetto la struttura del suspense, costruita con cura scena dopo scena e accentuata dal fatto di non mostrare mai il volto dell’autista assassino. In questo film apparentemente scarno, il regista dimostra di saper dare un preciso corpo visivo ai temi dell’inconoscibile, all’allegoria dell’uomo comune di fronte a una minaccia oscura; su tutti primeggia l’inconscio, simboleggiato dal gigantesco camion pieno di liquido infiammabile, che fin dal suo apparire – per definizione – appare come presagio di eventi funesti. La Polla, addentrandosi in una minuziosa analisi delle immagini, individua in Duel tutta una serie di unità significanti, a conferma del potere evocativo ma ambiguo del cinema: dalle parole messe in bocca al protagonista David Mann, emblematiche della sua banale personalità, alla scelta stessa dell’attore principale, un Dennis Weaver che non si risparmiò sul set (secondo Spielberg nelle scene pericolose volle guidare lui stesso la macchina) e che incarna perfettamente l’uomo medio. Dai veicoli ripresi leggermente fuori strada, metafora di un duello senza regole, al richiamo verso David e Golia, con la sconfitta finale del più grosso ad opera del più (in apparenza) debole. Fino al grottesco ammiccamento alla mitica America del far west nell’ultima stazione di servizio, con serpenti e ragni che scappano ovunque: mostri in libertà, fidi emissari di quello che sogghigna al volante dell’inconscio nel cuore di tutti i David Mann del mondo.
Vincenzo Foti
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