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Recensione Fratelli

Fratelli
Anni 30’. In una New York molto buia e inquieta durante la veglia funebre del fratello più giovane Johnny, Ray e Chez decidono di vendicarne l’assassinio. I due fratelli intendono uccidere chi ha macchiato a lutto la famiglia italo-americana.
Ferrara torna a parlare di morte e vendetta, di etica cristiana, di bene e di male. Lo fa con una storia “familiare” che ricorda il cinema gangsteristico, con la mafia a fare da protagonista. Ray, Chez e Johnny sono i tre fratelli che gestiscono gli affari della famiglia. Ray il più razionale e quello che tiene sotto controllo gli affari. Chez il più imprevedibile, completamente immerso in una follia rabbiosa e lucida. Johnny il sognatore, il comunista, l’attaccabrighe, il giovane che con le sue idee crea problemi agli affari di famiglia. Il sognatore che fa parte di una famiglia mafiosa. E paga l’atteggiamento arrogante di chi cresce con l’idea di poter fare tutto. Ray vuole vendicare la morte di Johnny; anche dopo la scoperta che non c’entri con i rapporti mafiosi non si fermerà lasciando dietro di sé una scia di sangue che non lo abbandonerà. Chez, dopo essersi tenuto tutta la rabbia dentro, esploderà.
Ai fini del discorso che Abel Ferrara intende portare avanti è centrale l’intenso dialogo tra Ray e la moglie, un’ispirata Isabella Rossellini. La vendetta come soluzione per lenire il dolore, l’esistenza di Dio e le regole di questo mondo i temi centrali. “Non l’ho mica fatto io un mondo così brutto.” dice Ray. Ferrara non perdona l’amoralità della famiglia mafiosa cattolica, inventando un finale che ha tutti i colori della tragedia. Una novità per gli appassionati del cinema di Ferrara è la centralità che assumono le donne in questo film: le mogli sono fondamentali nella rappresentazione di una morale universale che si oppone alla morale famigliare.
Un lavoro degno del Ferrara più ispirato. Un ritratto senza pietà che si avvale di grandi prestazioni attoriali: da Chris Penn(Premio Coppa Volpi a Venezia), a Christopher Walken a Vincent Gallo. La fotografia di Ken Kelsh crea un’atmosfera scura e pesante, che dà fisicità alla pesantezza dell’ingiustizia che incombe sulla famiglia.

Davide Fracasso
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