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Recensione Il petroliere

 Il petroliere
Paul Thomas Anderson torna al cinema a cinque anni dal delizioso “Ubriaco d’amore” (che fu un capitolo a sé nella sua filmografia), ma soprattutto a quasi 10 da quel film-monstre (per coraggio, per impegno realizzativo, per fiducia nei mezzi del cinema) che fu Magnolia. L’impressione che si ha vedendo questo “Il petroliere” è che Magnolia fu così gigantesco in quanto (forse) summa e conclusione di un breve ciclo di film narrativamente impegnativi, ambiziosi, e meravigliosamente strampalati (il giustapporsi di storie, di personaggi spesso improbabili…), e che questo suo ultimo lavoro se ne distacchi sensibilmente per molti motivi.
Il petroliere del titolo (un monumentale Daniel Day Lewis) è un uomo che in sé incarna (almeno in parte) una nazione, uno stile di vita, un modo di stare al mondo che è storicamente motivato, e che ingloba con la sua possenza simbolica l’intero film: tutto il mondo attorno al petroliere è il petroliere. Niente esisterebbe senza di lui. Non il figlio, non il fratello, non il petrolio, nemmeno il prete che potrebbe apparire come la sua nemesi ma che in realtà è -se non esattamente una sua creazione- il suo doppio: si potrebbe dire benissimo che l’uno è l’ombra dell’altro, seppure solo nel finale uno dei due si renderà conto di chi dei due è il vero io, il vero predatore, il creatore.
Dimenticate perciò il cinema di ipertesti postmoderni di Magnolia, il racconto divertito di “Boogie Nights”, o la deliziosa parentesi dolce-amara di “Ubriaco d’amore” perché “Il Petroliere” è un film inesorabile (e quasi classico nella messinscena, se non fosse per una colonna sonora del Radiohead Jonny Greenwood a fare da contrappunto puntualissimo e spesso straniante), tremendo nella (de)costruzione del mito del self-made man, dell’uomo per cui nulla al di fuori della creazione in sé (non tanto il denaro quindi, quanto una definizione plastica di potere: il suo prendere forma come dominio, intervento sul mondo) importa.
In due ore abbondanti vedrete quindi un’America ancora in nuce, in cui il mito del pionierismo è dietro l’angolo ma che sbiadisce di fronte al nuovo mito, quello dell’economia, di cui il petroliere è l’incarnazione più tremenda: senza scrupoli, senza uno scopo al di fuori della rincorsa fine a se stessa (per noi italiani si sentono inevitabilmente echi di “roba” verghiana) di un potere che si serve di qualsiasi cosa pur di autoalimentarsi, cioè di affetti, di persone, di relazioni. Il volto scolpito sullo schermo di Daniel Day Lewis di tanto in tanto si specchia nel giovane prete (la quasi scoperta di Paul Dano, già visto in “Little miss sunshine”) solo perché sia chiaro a noi, pubblico, che la sua determinazione, la sua spietatezza non è quella di un pazzo -di un mostro da film- ma di un uomo che è stato forse il primo di molti che hanno calpestato persone –anime persino- pur di potere avere il Potere.

Michele segala

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Commenti

  • Gran bel film

    4 stars rating
  • Lasciatemelo dire veramente bello, un pò lento come film, ma dall'altronde la trama (film che tratta di un benm preciso momento storico) non permette altro. Ottima direi l'iterpretazione da parte di tutti gli attori con grande merito al protagonista. Conclusione da guardare assolutamente.

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